Almaviva chiude a Roma e Napoli, tagliati 2.511 posti di lavoro

Almaviva chiude a Roma e Napoli, tagliati 2.511 posti di lavoro

La decisione segue "una procedura di riduzione del personale - come annuncia la stessa Almaviva - all'interno di un nuovo piano di riorganizzazione aziendale". Sono questi i numeri, pari al 5% della forza lavoro del Gruppo a livello globale, contenuti nella procedura di riduzione del personale comunicata da Almaviva a sindacati e ministero del Lavoro. La decisione di Almaviva si inserisce infatti in un contesto di forti tensioni: a Palermo i sindacati erano appena insorti contro la decisione di trasferire parte del personale in Calabria. Una problematica per cui era stata fissata per il 12 ottobre una riunione tra le parti sociali presso il ministero dello Sviluppo economico, ma il quadro, alla luce degli ultimi sviluppi, è ora profondamente diverso.

Il comunicato prosegue: "Gli esiti del monitoraggio mensile richiesto dall'Azienda sull'attuazione dell'Accordo, verificati da ultimo lo scorso 22 settembre, hanno tuttavia attestato il rifiuto da parte delle Organizzazioni Sindacali di sottoscrivere lo specifico accordo sulla gestione di qualità e produttività individuale, impegno centrale e condiviso come vincolante in sede d'Intesa, che nega inspiegabilmente una fondamentale leva distintiva per la qualificazione dell'offerta ed il progressivo riassorbimento degli esuberi".

Allo stesso tempo, viene confermato uno scenario di mercato in costante deterioramento - almeno dieci le aziende del comparto chiuse negli ultimi mesi - che rimane assoggettato ad inalterati fenomeni distorsivi, senza registrare gli effetti delle iniziative di riordino dichiarate.

Almaviva Contact addebita la colpa delle sue scelte finali alla delocalizzazione delle attività in Paesi extra UE: nel 2015, ribadisce l'Istat albanese, sul posto è raddoppiato il numero dei call center che lavorano per il mercato italiano con oltre 25 mila posti di lavoro.

Il dramma lavoro arriva nella zona orientale di Napoli. La società ha riferito che, negli ultimi quattro anni, l'azienda ha visto diminuire del 50% i propri ricavi, spesso a vantaggio di attività delocalizzate in aree extra UE, con un'aggiuntiva e rilevante accelerazione negli ultimi mesi. Le motivazioni addotte dall'azienda sono pretestuose e strumentali: è evidente l'assoluta inconsistenza delle presunte inadempienze sindacali quali causa della spregiudicata determinazione aziendale. Il leader Massimo Cestaro è netto: "Respingiamo con fermezza tale decisione, ribadendo che i lavoratori hanno già pagato un prezzo altissimo".

Intanto i sindacati continuano a chiedere al vice ministro Teresa Bellanova di anticipare il tavolo al Mise convocato per il 20 per discutere dei trasferimenti, che scatteranno il 24 ottobre.