Myanmar, colpo di stato militare: arrestata la presidente San Suu Kyi

Myanmar, colpo di stato militare: arrestata la presidente San Suu Kyi

Il tutto a poche ore dalla prima riunione in parlamento dopo le lezioni. Schiere di soldati controllano le vie di Naypidaw e di Yangon.

Da anni infatti il partito di Suu Kyi si batte per cambiare la carta costituzionale che, tra le varie cose, impedisce a chiunque di diventare presidente se il coniuge, uno dei genitori, uno dei figli o i coniugi dei figli sono cittadini di un Paese straniero.

I burattinai in uniforme hanno deciso di recidere la corda quando il risultato delle elezioni tenute a novembre minacciavano di metterli ai margini del potere.

La costituzione, però, ai militari garantiva potere in parlamento e nella società: tutte le industrie, imprese, ricchezze naturali, rapporti con l'estero sono tuttora gestiti dai militari, rendendo difficile ogni transizione verso una maggiore democrazia.

Nessun vero patriota Karen piangerà per l'arresto della "Lady", seducente icona per gli ambienti diplomatici e finanziari dell'Occidente, ma incarnazione di un nazionalismo birmano che, pur non arrivando allo sciovinismo della giunta militare, ha ignorato totalmente le istanze delle numerose etnie che abitano il Paese. Nel 1991 le viene assegnato il premio Nobel per la Pace, ritirato soltanto nel 2012. A gennaio il ministro degli Esteri cinese Wang Yi era stato in visita nel piccolo Paese. A conferma di ciò, alcune multinazionali che avevano cominciato a investire nel Paese hanno interrotto la produzione, come nel caso della giapponese Suzuki. Ma finora Pechino tace.

E dall'esterno arrivano diverse reazioni: Singapore, Malaysia e Indonesia hanno espresso preoccupazione per la situazione mentre Filippine, Cambogia e Thailandia hanno definito il colpo di Stato un affare interno.

La motivazione ufficiale da parte dell'esercito è di aver proceduto a tali detenzioni in risposta ad una frode elettorale, accusa respinta in maniera ufficiale dalla commissione del Myanmar che aveva certificato il voto. Anche il segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, ha condannato "con forza" le detenzioni operate dai militari.