Gli anticorpi da Coronavirus hanno durata limitata: anche immuni rischiano

Gli anticorpi da Coronavirus hanno durata limitata: anche immuni rischiano

Dei ricercatori ritengono che i risultati, basati sulle cartelle cliniche di 90 persone, siano praticamente "un chiodo nella bara" per le cosiddette teorie sull'immunità al gregge.

Tuttavia, ad oggi non si sa "se questo calo ci renda nuovamente vulnerabili allo stesso virus".

Si tratta di anticorpi noti anche come nanocorpi (nanobodies), proprio per le piccole dimensioni, derivati dagli anticorpi dei lama. Gli studiosi hanno inoltre osservato che gli anticorpi Ighv3-53 presentano bassi tassi di mutazione e inibiscono in modo potente il nuovo coronavirus. In Inghilterra, invece, i ricercatori del King's College stanno testando se gli anticorpi sviluppati dopo una prima infezione da Coronavirus possano proteggere il paziente dalle successive.

Del Coronavirus si sa ancora poco.

Secondo una ricerca italiana pubblicata sulla rivista BMJ Global Health l'immunità prodotta da un primo contagio da coronavirus, non proteggerebbe dal rischio di una seconda infezione ma potrebbe favorirla.

In alcuni casi, stando a quanto emerso dai dati della ricerca citata dal Guardian, l'immunità diminuisce fino a non essere più neppure rilevabile.

"Dobbiamo sperare che il vaccino agisca sulle cellule di memoria, mantenendo una risposta immunitaria permanente così da non doverlo rifare nel tempo".

Secondo le analisi degli scienziati dell'università londinese, il virus potrebbe tornare a infettare di nuovo le stesse persone, come succede nel caso delle influenze più comuni.

Gli anticorpi erano già stati studiati approfonditamente ad inizio pandemia per avere un riscontro sugli effetti che il virus aveva sul corpo umano, e già allora erano state avanzate solo ipotesi sull'effettiva durata delle protezioni. "Gli anticorpi possono anche scomparire ma se il nostro sistema immunitario memorizza il virus, quando ne viene a contatto riproduce le difese", spiega invece Pierangelo Clerici, presidente dell'Associazione Microbiologi Clinici italiana. "Da un certo punto di vista, a noi non dispiacerebbe essere smentiti, perché se la nostra ipotesi fosse confermata ci sarebbero forti implicazioni non solo per la terapia dei casi critici di Covid-19, ma anche (in negativo) per la produzione di un vaccino efficace contro il Sars-CoV-2", ha concluso l'epidemiologo.