Brexit, regina approva richiesta Johnson di sospendere parlamento

Brexit, regina approva richiesta Johnson di sospendere parlamento

Di fronte all'ipotesi di blocco del Parlamento (il PM ha chiesto alla Regina Elisabetta di rimandare il suo tradizionale discorso al 14 ottobre), le reazioni sono state evidenti.

Secondo un giornalista britannico, il Consiglio Privato si sarebbe riunito mercoledì a Balmoral per discutere della proroga del parlamento britannico. Negli scorsi tre anni, dal referendum del giugno 2016, le stime del costo della rottura sono state molte: via via che ci si avvicina alla data del divorzio - che ora sembra definitivamente fissata al prossimo 31 ottobre, come assicura Boris Johnson - si fanno più precise. La mossa di Boris Johnson, spiegano gli analisti di ActivTrade, è vista come un modo per garantire l'esecuzione dei suoi piani di Brexit senza accordo, evitando interferenze da parte dei parlamentari contrari a tale risultato. Dalla seconda settimana di settembre fino al 7 ottobre il Parlamento sarà comunque chiuso per la tradizionale stagione dei congressi di partito. Peraltro Johnson non si è nemmeno curato di tirare dentro lo scontro sulla Brexit la stessa regina. La sua ratio sarebbe quella di dare pochissimo tempo alla Camera dei Comuni per approvare una mozione contro il No deal o contro una Brexit "hard" (dura), fatta salva solo la possibilità di portare avanti una mozione indicativa.

Il governo britannico ha confermato di aver chiesto alla regina di sospendere il parlamento pochi giorni dopo il ritorno al lavoro dei deputati, a settembre.

Se finora gran parte delle misure a tutela dell'ambiente adottate dal Regno Unito si devono all'Unione Europea, sono i passi futuri a preoccupare gli esperti ed ambientalisti. Da quando ha giurato da presidente degli Usa, Trump non ha fatto altro che predicare l'uscita di Londra dall'Unione Europea per dar corso ad un progetto economico e geopolitico di espansione del cosiddetto "baricentro anglofono". Un progetto che avrebbe appunto come capitale Washington, e come sudditi i Paesi anglofoni del pianeta. La differenza questa volta è che il premier non è più Theresa May, rispettosa della volontà del Parlamento, ma Boris Johnson. Ancora prima che arrivasse l'ufficialità del provvedimento, c'era già una petizione su internet che aveva raccolto oltre 40mila adesioni: "Sua Maestà, per favore, mantenga la nostra democrazia funzionante".

Le perdite per la ricerca nel Regno Unito, quindi, saranno enormi sia sul breve che sul lungo periodo e per questo motivo, all'inizio dell'anno, i leader di 150 università del Regno Unito hanno scritto una lettera aperta ai parlamentari britannici chiedendo al governo, in caso di una Brexit senza accordi, di stanziare dei fondi per andare a coprire i buchi che saranno lasciati dai rubinetti chiusi dall'UE, così da mantenere il Regno Unito uno dei Paesi leader nella ricerca e nelle Università. Questa la più che possibile conseguenza del pasticcio europeo nelle mani di una classe politica impari al compito, decisa a salvare il proprio potere che senza Brexit crollerebbe, e assolutamente inadeguata al grave momento.