Marco Bellocchio: "Tommaso Buscetta? Volevo mostrare la sua teatralità"

Marco Bellocchio:

Luigi Lo Cascio, che fu Peppino Impastato nei Cento passi di Marco Tullio Giordana, è Totuccio Contorno, una delle tante ombre criminali, da Totò Riina a Tano Badalamenti a Pippo Calò, che affollano il film e ne fanno una testimonianza ispida e toccante. In un attimo siamo accanto a Buscetta e fare il tifo perché tenga duro e resista agli attacchi di chi ne attacca la credibilità.

"Non sapevo molto di Buscetta - prosegue Bellocchio - non più di quello che si legge sui giornali quando ho iniziato a lavorare a questo film, poi ho letto libri, incontrato persone che lo avevano conosciuto. Le prime operazioni di chirurgia plastico di Buscetta risalgono a ben prima che fosse braccato e intorno a lui il vero e il falso si sovrappongono: di questo mito lui per primo era molto contento".

Un film italiano, storico, di cronaca, di attualità, Il traditore di Marco Bellocchio, protagonista Pierfrancesco Favino, e un film francese, sociale, sulla questione delle banlieue, Les Misérables di Ladj Ly, sono stati i prediletti del pubblico "cinéphile" presente a Cannes, che ha scelto così storie reali ed europee. Il film è uscito nelle sale ieri in 350 copie, distribuito da 01 Distribution e in concomitanza con il ventisettesimo anniversario della strage di Capaci. Le scene degli assassinii sono infatti limitate ed essenziali, colpi secchi che al contempo aprono lo sguardo su dimensioni altre. Tommaso Buscetta è il protagonista di questa storia tutta italiana, che ripercorre gli anni in cui il Boss si distacca da Cosa Nostra e intraprende un percorso difficile, per difendere i suoi figli e la sua famiglia. Il regista sceglie una stile fatto da una fredda cronaca, girando in modo asciutto con una fotografia perfetta, senza mai eccedere.

Favino per il ruolo si è invece preparato duramente, tanto dal punto di vista intellettuale - le sue parole tradiscono una ricerca, uno studio e un'interiorizzazione delle implicazioni legate al personaggio non inferiori a quelle del regista - quanto da quello fisico. Al di sotto degli occhiali da sole e dell'immancabile sigaretta incollata alle dita, marchi distintivi di Don Masino, scopriamo una figura intensa, capace di suscitare al tempo stesso repellenza per le azioni violente, empatia per i semplici vizi umani e una sorta di ammirazione per l'integrità verso gli ideali di quella mafia vecchio stampo "che non tocca i bambini".

In un autentico gioco di maschere che produce una vertigine narrativa giostrata in un perfetto contrappunto dei tempi narrativi, grande spazio viene quindi lasciato alle prove degli attori, guidate da un Pierfrancesco Favino che conferma una volta di più la sua naturalezza nel giostrare accenti, regionalismi e caratterizzazioni. Del rischio sembrano essere consci gli stessi sceneggiatori (Bellocchio ha scritto Il traditore con i fidati Valia Santella, Ludovica Rampoldi, Francesco Piccolo) che, con un finale che sembra scritto a tavolino, smussano un po' la mitizzazione del personaggio, senza però riuscirci fino in fondo. Il film si dipana in modo lento, per fare in modo che lo spettatore possa far sedimentare, possa porsi delle domande, possa introiettare dentro di sé quei tempi estenuanti delle confessioni, dei processi, delle cose non dette. È entrato nella mafia molto giovane, si è subito pentito, diceva che al massimo poteva essere considerato un contrabbandiere di sigarette.