Italia ferma, l'Fmi taglia ancora la crescita

Italia ferma, l'Fmi taglia ancora la crescita

Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha abbassato la sua previsione di crescita per la zona euro nel 2019 all'1,3% rispetto alla sua precedente proiezione dell'1,6%.

Nell'area della moneta unica, la crescita è vista rallentare all'1,3 per cento quest'anno (dall'1,8 dell'anno scorso e 0,6 punti in meno di quanto stimato a ottobre), per poi rafforzarsi solo leggermente all'1,5 per cento nel 2020.

Rallenta ancora la cosiddetta locomotiva d'Europa: la Germania perde lo 0,5%, con una stima della sua crescita dello 0,8%. L'Italia rientra tra i fattori che possono aggravare il quadro.

Il Fondo avverte che anche le assicurazioni sono esposte ai rischi derivanti dal potenziale crollo delle quotazioni dei titoli di Stato. Ma le ultime notizie lasciano pensare al peggio. La crescita e' stata rivista al ribasso in seguito alla "debole domanda interna mentre i rendimenti restano elevati". Preoccupa anche la disoccupazione, che, dopo il 10,6% registrato nel 2018, è aumentata di un punto decimale, arrivando allo 10,7% nel 2019.

E secondo il Fondo "Una prolungata incertezza di bilancio e elevati spread in Italia, soprattutto se associati a una più profonda recessione, potrebbero avere ricadute negative sulle altre economie dell'area euro". La seconda metà del 2018 è stata particolarmente debole, e questa debolezza si è protratta nel 2019.

Da qui la richiesta dell'istituto di Washington di un "aggiustamento fiscale che favorisca la crescita" perché aiuterebbe a "ridurre le vulnerabilità legate al debito e a sviluppare misure protettive da usare in caso di una grave crisi". Come spesso accade al nostro Paese, insieme con Francia e Spagna, e' chiesto di ricostruire spazio fiscale, ovvero disciplina nei conti, per non riaccendere quella spirale mortale di surriscaldamento dei Btp e incertezza nel mondo bancario. Tra le ricette diffuse nel report, il FMI torna a suggerire all'Italia di decentralizzare la contrattazione del lavoro, con l'effetto auspicato di migliorare i salari e la produttivita' e contemporaneamente aumentare occupazione e flessibilita'.