Alessandro Borghi nella pelle di Stefano Cucchi: 'Cerchiamo la verità'

Alessandro Borghi nella pelle di Stefano Cucchi: 'Cerchiamo la verità'

Soprattutto quest'ultime sono entrate purtroppo nell'immaginario collettivo, talmente note da essere tristemente riconoscibili senza alcun bisogno di didascalie per spiegare che quel volto e quel corpo martoriati appartengono al giovane geometra romano morto il 22 ottobre 2009 in una stanza del reparto protetto dell'ospedale Sandro Pertini di Roma, in custodia preventiva in attesa del processo per detenzione e spaccio di stupefacenti.

Dopo lunghi anni di vicende giudiziarie, fatte di decine di udienze, perizie, maxi perizie e centinaia di testimonianze e consulenze tecniche ascoltate, il nome di Cucchi si legge ancora oggi sulle pagine dei giornali quando si parla di violenza eccessiva da parte delle forze dell'ordine o, con toni più forti, di omicidio di Stato. Il film, in concorso ad Orizzonti, sarà nelle sale e contemporaneamente su Netflix il 12 settembre. "La cosa che mi ha sconvolto di più, oltre all'aver perso diciotto chili per calarmi nella parte, è stata l'assenza della magistratura, il far finta di non capire, la voglia di Stefano di non dire la verità e di non denunciare nulla", spiega Borghi. Dal momento dell'arresto a quello della sua morte, passano sette giorni durante i quali Cucchi viene a contatto con 140 persone tra carabinieri, giudici, agenti di polizia penitenziaria, medici, infermieri, ma in pochissimi hanno intuito cosa c'era dietro quei lividi. "Quello che vogliamo è che le persone si avvicinino alla storia di questo ragazzo e alla tragedia di questa famiglia".

La vicenda processuale è ancora aperta e i processi non si fanno con i film.

"La sua omertà - aggiunge - deriva da una forma mentis della borgata: non si parla, non si fa la spia quando ci sono di mezzo le guardie perché se parlo, come dice lui nel film a un medico, quelli per dieci anni mi fanno le carte". "Speriamo che questa storia arrivi ovunque".