Ungheria, il piano Orban: carcere per chi aiuta i migranti irregolari

Ungheria, il piano Orban: carcere per chi aiuta i migranti irregolari

Una seconda legge, sempre promossa dalla maggioranza, afferma che sarà necessario introdurre un emendamento nella Costituzione ungherese per affermare esplicitamente che sarà vietato far installare o aiutare ad installarsi in Ungheria qualsiasi "popolazione aliena", non conforme con valori occidentali e cristiani del Paese. Questo pacchetto normativo, che dovrebbe essere votato entro la prossima settimana, prevede una serie di restrizioni, tra cui l'obbligo di registrarsi con il Ministero dell'Interno, il divieto di accesso alle aree di confine e severe sanzioni detentive e monetarie per chi si occupa di assistenza ai migranti.

Questi nuovi provvedimenti rappresentano l'ultima minaccia in una campagna intimidatoria contro la società civile che dura da anni.

Recente è l'accusa ufficiale che il governo di Orbàn ha arrecato a Soros, definendolo il principale finanziatore dell'immigrazione clandestina.

La realtà è di un dittatore che, per mantenere il proprio consenso sta usando i migranti come capro espiatorio.

Malgrado simili provvedimenti, il comitato ungherese di Helsinki- organo statale dedicato ad aiutare i richiedenti asilo- si è opposto alla propria nazione, chiedendo che tale provvedimento venga abbandonato, e dichiarando che simili leggi non fanno altro che portare "un'atmosfera di paura, inaccettabile dopo la caduta del regime comunista".

Quindi sarà un crimine perseguibile anche solamente dare del cibo o consigli legali ai migranti, oltre che la diffusione di volantini con informazioni utili per i richiedenti asilo. Basti pensare che a fine 2017, secondo l'Asylum Information Database, le richieste di asilo sono state 3.397 e la percentuale di dinieghi è stata del 69.1%.

Ingressi dunque centellinati del Paese, tanto che l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, "Da metà gennaio 2018 solo ad una persona al giorno è stato permesso l'ingresso in Ungheria in ogni zona di transito, il che si traduce in un ulteriore allungamento del periodo di attesa in Serbia (che è già di un anno)".