Fumare uccide ma Multinazionali e Monopolio di Stato sono innocenti

Fumare uccide ma Multinazionali e Monopolio di Stato sono innocenti

Ma le richieste rinnovate in tribunale dalla famiglia non hanno sortito l'effetto sperato; anzi, i familiari sono stati condannati al pagamento di 20mila euro di spese legali. La Cassazione ha respinto il ricorso e tolto ai familiari dell'uomo, deceduto prima che la causa di concludesse, la speranza di ribaltare la decisione dei giudici di merito che avevano bocciato la richiesta ritenendo il vizio del fumo "un atto di volizione libero". La sentenza che stabilisce questo arriva direttamente dalla Cassazione.

La battaglia legale ha chiamato in causa anche il Ministero della Salute e lo Stato italiano. L'uomo fin da giovane aveva fumato due pacchetti di sigarette di Marlboro al giorno e aveva cominciato a prendere realmente coscienza della pericolosità del fumo solo quando si erano manifestati i primi sintomi della malattia, un carcinoma al polmone, diagnosticato nel 2000. Per questo, imputava la causa della sua malattia ai soggetti che avevano prodotto e posto in commercio le sigarette, sostenendo che "il produttore aveva subdolamente studiato e inserito nel prodotto sostanze tali da generare uno stato di bisogno imperioso con dipendenza psichica e fisica tali da indurlo a diventare un tabagista incallito".

Proprio per questo le multinazionali del tabacco e i Monopoli di Stato non sono tenuti a pagare alcun risarcimento ad un fumatore che si ammala e muore per un cancro ai polmoni provocato dalle sigarette.

Inizialmente la causa era stata intentata anche contro il ministero della Salute per non aver obbligato la multinazionale ad offrire un prodotto più naturale, privo di rischi per la salute e di sostanze che producono assuefazione. La decisione ha stabilito che la dannosità del fumo costituisce dato di comune esperienza, conosciuta addirittura dagli anni settanta. Gli Ermellini hanno ribadito l'esclusione del nesso causale ravvisata dal Giudice a quo in applicazione del principio della "causa prossima di rilievo". "Campagne pubblicitarie promosse da organizzazioni non lucrative lanciarono in quegli anni moniti di qualche risonanza".

Inoltre, secondo la Corte d'Appello, non si può sostenere che la nicotina annulli la capacità di autodeterminazione del soggetto, costringendolo a fumare senza possibilità di smettere.

Oltre al danno anche la beffa per i parenti del tabagista che è stato punito anche dopo essere morto, dalla sentenza della terza sezione civile della Cassazione. "Una volta verificato che il nesso non sussiste non ha più rilevanza né l'accertamento di un'eventuale colpa, né l'accertamento di una eventuale responsabilità cd. speciale (con tutto quello che ne consegue in ordine all'inversione dell'onere probatorio)". Fumare, secondo il giudice d'appello, costituisce "un atto di volizione libero, consapevole ed autonomo di un soggetto dotato di capacità di agire", il quale sceglie di fumare nonostante la notoria nocività del fumo. Una decisione confermata dalla Cassazione, che l'ha ritenuta priva di vizi di motivazione e dichiarato inammissibile il ricorso.