Cirio, condanna definitiva per Geronzi

Cirio, condanna definitiva per Geronzi

A 14 anni dalla bancarotta della Cirio, il processo arriva oggi in Cassazione e il sostituto procuratore generale Nando Iacoviello, ha chiesto la riduzione delle pene per gli imputati; tra questi l'ex patron della Lazio, Sergio Cragnotti e l'ex presidente della Banca di Roma, Cesare Geronzi, condannati in appello, il primo a otto anni e otto mesi di reclusione, il secondo a quattro anni. L'udienza si è svolta in un'aula piena di avvocati, per via delle centinaia di risparmiatori che avevano investito nei bond Cirio e che sono rimasti coinvolti nella bancarotta. Solo Sergio Cragnotti ha ottenuto "l'annullamento con rinvio alla Corte d'Appello di Roma per nuovo esame del capo I lettera 'E' relativo alla vicenda 'Bombril' per la quale aveva riportato 7 anni di reclusione divenuti poi 8 anni e 8 mesi con gli altri reati". Cesare Geronzi, già prestigioso dirigente di Banca di Roma, è stato condannato a 4 anni di carcere per il crac Cirio. Se le richieste dovessero essere accolte, la transazione da circa 240 milioni di euro con la quale Unicredit nel 2014 ha chiuso il contenzioso con l'amministrazione straordinaria di Cirio per risarcire i creditori sarebbe da considerare "ancora di più un ottimo risultato", ha sottolineato l'avvocato di Cirio, Nicola Madia.

Ad avviso del Pg, in generale, "non basta il consenso della banca all'operazione di finanziamento richiesta dall'imprenditore per considerare Geronzi come colui che ha consentito alla distrazione tramite l'autorizzazione all'operazione". Come abbiamo imparato a seguire in questi anni, il crac della Cirio fu l'antesignano del risparmio tradito: di fatto colpì 30mila risparmiatori che persero complessivamente un miliardo di euro. Gli ex funzionari della Banca di Roma, Locati e Nottola, sono stati condannati in appello entrambi a due anni, l'alleggerimento della pena chiesto per Geronzi riguarda anche loro. Nel complesso comunque i giudici hanno confermato quasi totalmente il verdetto del 10 aprile 2015 dalla Corte d'Appello di Roma.