Venezia 74, Micaela Ramazzotti: "Il mio lato primitivo"

Venezia 74, Micaela Ramazzotti:

Micaela lo sa e ha scelto il ruolo proprio perchè difficile.

Il loro passato li ha già castigati togliendogli tutto: Maria abbandonata dalla famiglia e con una madre che non vedeva da anni, si ritrova orfana, Vincent si è trasferito in Italia dopo aver perso tutti in Francia e Stella (Matilda De Angelis) vive allo sbando, senza nessun sostegno genitoriale.

Il regista ci tiene a ringraziarti per il grandissimo lavoro fatto sul suo personaggio, il piacere è stato reciproco? Siamo davvero molto uniti. Lui ha colto una cosa di me, che io avevo voglia di portare al cinema: il mio lato primitivo.

Come ha lavorato, nuovamente, con Sebastiano Riso? Sognavo da tempo di fare un film di questo tipo, con questo tono e questo sguardo. "Le coppie adattano sempre tardi, perché il percorso è lungo e pieno di ostacoli, fino a che talvolta diventano troppo grandi rispetto alle necessità di legge. E questo crea una richiesta, un mercato, con prezzi che variano a seconda della necessità, dell'età e dell'etnia del neonato", ha poi detto. Mi faceva sentire intelligentissima, bravissima, bellissima: una bomba! Sono arrivata a sentirmi Meryl Streep, anche se poi tornavo a casa e me ne vergognavo quasi...

Per tutto questo e per la sua freschezza. Dall'altra c'è una splendida Micaela Ramazzotti, che incanta pubblico e fotografi su quello stesso tappeto rosso, dopo aver sofferto le pene dell'inferno nel secondo film italiano in concorso. Raccontiamo la complessità di un rapporto di coppia patologico.

In questa coppia sei Maria: presentacela? Frances McDormand ha la fama di essere una donna e un'attrice ruvida, che non firma autografi e non ama esibizioni di divismo. È talmente innocente, mite, buona e succube da diventare criminale, complice del suo uomo, il suo padrone e carceriere. Ci dispiace: le premesse per costruire un film con una tematica interessante e non abusata c'erano tutte, ma Riso ha peccato un po' di quell'autoralità 'senza arte né parte' che speravamo di non trovare proprio in un film italiano in gara.

Una Famiglia ritrae con coraggio e personalità una spaccato della nostra società marcio e desolante, ma perde più di un'occasione per giustificare scelte e comportamenti, spinto probabilmente dalla volontà di lasciare l'ultima parola ad uno spettatore certamente turbato, oscillante però tra immedesimazione e distanziazione. E con una leggera forma di autismo, come abbiamo ipotizzato con Sebastiano. No, non quella città pettinata a cartolina che frequentemente ci ripropongono. Perché non istituiamo una commissione che possa giudicare caso per caso? Diventerà una persona compiuta soltanto nel momento in cui si libera con rabbia da Vincent, e diventerà madre nel tenersi quel figlio, quel bambino che nessuno vuole più. Dentro le nostre famiglie si consumano le cose più belle ma anche i rapporti più morbosi. Mi sento portavoce di queste donne, le voglio difendere, forse sono un po' masochista. Una famiglia spezza così il ritmo della narrazione per soffermarsi piuttosto sui silenzi, su gesti silenziosi, come l'atto della protagonista di sbriciolare fogli di carta per dare vita a strade, paesaggi, luoghi immaginari in cui, finalmente, fuggire. "Volevamo raccontare la storia di una coppia, più che di madri surrogate o uteri in affitto, un uomo e una donna, di come cambia il loro rapporto quando cessa la fiducia, il loro progetto comune crolla con il disobbedire di Micaela".