Venezia 74 - Ammore e Malavita: recensione del film dei Manetti Bros

Venezia 74 - Ammore e Malavita: recensione del film dei Manetti Bros

In "Ammore e malavita", inoltre, i Manetti Bros. portano la spettacolarizzazione a un livello più alto, giocando con i cliché dei film d'azione a stelle e strisce.

I riferimenti cinematografici nel film, in effetti, abbondano.

Il nuovo film dei Manetti non può e non deve essere ricondotto alla grande tradizione passata del genere neomelodico napoletano, né tenta in fondo di riportarlo in auge; semmai "Ammore e malavita " omaggia i topoi narrativi del genere tutto italiano nell'intreccio dei protagonisti, eternamente invischiati in amori impossibili, in giochi di potere proibiti e nella lotta ad una criminalità incrociata (l'impronunciabile Camorra), piaga incancellabile del territorio campano in cui si mette in scena la vicenda paripatetica di un implacabile sicario (Giampaolo Morelli) in fuga dalle grinfie del temibile Don Vincenzo (Carlo Buccirosso) dopo aver salvato la vita al testimone di un omicidio, una sua vecchia fiamma (Serena Rossi). Due mondi apparentemente molto distanti ma che sono destinati a incontrarsi. Un killer della camorra (Giampaolo Morelli) viene mandato ad uccidere una donna che ha visto qualcosa che non doveva e scopre essere la sua fidanzatina di ragazzo. I due si trovano faccia a faccia, si riconoscono e riscoprono, l'uno nell'altra, l'amore mai dimenticato della loro adolescenza. E veramente anche più forte di noi, tanti ci dicono 'Che genere è?'.

Per quanto riguarda le fonti di ispirazione del film i registi hanno citato Grease come esempio perfetto in cui esiste un equilibrio tra musica e parole, senza dimenticare l'importanza dei numeri danzati.

Nonostante Paolo Del Brocco abbia confermato di aver proposto Ammore e Malavita al direttore della Mostra Alberto Barbera come la "risposta italiana a La La Land", i Manetti non avevano avuto modo di vederlo prima di iniziare il lavoro sul set e nemmeno il montaggio, sottolineando come si sia trattato di un vero e proprio colpo di fortuna che l'opera di Damien Chazelle abbia riportato alla ribalta i musical.

Marco Manetti ha poi parlato della sequenza in cui un gruppo di turisti vengono portati in gita a Scampia: "Abbiamo preso un po' in giro il fatto che da qualche anno il "gomorrismo" - fatto di film, serie tv, libri - racconti una Napoli cupa e nera con le vele di Scampia che diventano un simbolo quasi paragonabile al Colosseo per Roma o alla Torre Eiffel per Parigi". Ogni volta che ritorniamo ci è inevitabile sorridere.

La Napoli dei Manetti è luogo di emozione e sentimento, che problemi e contraddizioni li racconta sì, ma con leggerezza tutta pop che non vuol dire affatto spensieratezza decerebrata. "Nel mondo sembra che Napoli sia fatta da quei tre palazzi bruttissimi e mi è venuta idea che si potesse parlare della positività un po' furba del napoletano partendo da questo spunto".