Istat: Pil 2016 a +0.9%. Il debito scende al 132%

Istat: Pil 2016 a +0.9%. Il debito scende al 132%

Va detto infatti che l'Istat ha apportato anche un'altra piccola revisione, stavolta in negativo, rispetto all'indebitamento netto del 2016: il "nuovo" deficit del 2016 sale dello 0,1%, a quota 2,5% anziché 2,4 del Pil. Lo comunica l'Istat che ha pubblicato i conti economici nazionali.

Il rapporto tra debito e Pil nel 2016 si è attestato al 132 per cento. Comunque, precisa, "in lieve miglioramento rispetto al -42.702 dell'anno precedente (-2,6% in rapporto al Pil)". Nel 2015, infatti, il Pil è cresciuto dell'1% e non dello 0,8% come stimato in precedenza: numeri alla mano, appunto, si tratta quindi di un rialzo di due decimali rispetto ai dati conosciuti fino a oggi. La pressione fiscale nel 2016 è stata pari al 42,7% del Pil: anche qui si registra un miglioramento rispetto alla stima precedente (42,9%).

Nel 2016 gli investimenti fissi lordi sono cresciuti in volume del 2,8%, i consumi finali nazionali dell'1,3%, le esportazioni di beni e servizi del 2,4% e le importazioni del 3,1%. Il valore aggiunto, a prezzi costanti, è aumentato del l'1,7% nel l'industria in senso stretto e dello 0,6 % nel settore dei servizi. In controtendenza i comparti delle costruzioni (-0,3%) e dell'agricoltura, silvicoltura e pesca (-0,2%). Il reddito disponibile delle famiglie consumatrici ha segnato una crescita dell'1,6% sia in valore nominale, sia in termini di potere d'acquisto. Il risultato è anche più alto in confronto con quello del 2016 (+0,9%), quando quindi il Pil è leggermente calato su base annua. E, aggiunge, "poiche' i consumi privati sono aumentati dell'1,5%, la propensione al risparmio delle famiglie e' aumentata all'8,6% dall'8,4% del 2015".

"La segmentazione del mercato del lavoro e una scarsa formazione professionale sono tra i principali motivi dell'elevato tasso di disoccupazione giovanile persistente in diversi Paesi colpiti gravemente dalla recessione come Italia, Grecia, Spagna e Portogallo", ha ricordato però Draghi, sottolineando invece che Paesi come "Germania e Austria sono riusciti a mantenere bassa la disoccupazione giovanile grazie ad efficaci programmi di formazione professionale e piani mirati ai giovani piu' svantaggiati".