Voto Regno Unito: May prima, ma senza maggioranza

Cercando di capitalizzare su una popolarità alle stelle, ha indetto le elezioni politiche anticipate qualche settimana dopo, chiedendo agli elettori un mandato forte per i negoziati sulla Brexit, che dovrebbero iniziare il 19 giugno. Grande balzo per i i laburisti di Jeremy Corbyn, che salirebbero da 232 a 266 seggi. I numeri confermano dunque una situazione di "Hung Parlament", cioè parlamento sospeso: nessun partito ha la maggioranza e sono quindi necessarie alleanze per governare.

La frase era parte di un messaggio più lungo postato su Facebook. Anche l'ex leader dell'SNP, Alex Salmond, e il capogruppo uscente alla Camera dei Comuni, Angus Robertson, hanno perso il proprio seggio a Westminster.

Allo stesso tempo, però, non è detto che si arrivi ad una Soft Brexit, ovvero a quello scenario in cui il Regno Unito può conservare alcuni dei benefici collegati alla permanenza nell'Unione europea pur uscendo dal blocco continentale, perdendo al contempo la possibilità di influenzare il processo di scrittura delle regole che non valgono solo per gli aderenti all'Unione, ma anche per diversi altri paesi europei come Norvegia e Islanda.

L'ha chiesto a chiare lettere il leader laburista Jeremy Corbyn: la premier Theresa May ha perso "voti, sostegno e fiducia" e se ne deve andare.

Ma in maniera ancor più grave, l'esito incerto di queste elezioni inglesi, dimostra, a soli 12 mesi dallo shock del referendum di uscita dall'Unione, che con un po' di convinzione in più dai principali partiti, questo salto nel buio si sarebbe potuto evitare respingendo Brexit. La consistente perdita di seggi del partito di Nicola Sturgeon, lo Scottish National Party (SNP), assieme alla sconfitta personale di Alex Salmond, "è un duro colpo" alle speranze di un secondo referendum, commenta il Financial Times. Senza maggioranza May dovrà fare consultazioni per formare un nuovo governo, il che potrebbe ritardare l'avvio del negoziato. A spoglio delle schede ormai quasi completato i conservatori guidati da Theresa May sono in testa (316 seeggi), ma sotto la soglia di 326 voti che garantisce la maggioranza assoluta in Parlamento. Sono 45,9 milioni gli elettori di Inghilterra, Scozia, Irlanda del Nord e Galles che si sono registrati, in calo rispetto alle elezioni generali del 2015 quando furono 46,4 milioni i votanti registrati. Corbyn, che al Brexit non fu favorevole, ha presentato un programma di riforme all'incontrario, contro le privatizzazioni e l'austerità, andando risolutamente contro il mainstream media che era giunto a maramaldeggiare contro le sue presunte "illusioni marxiste". Non ai politici, ma a un gruppo di cameramen e fotografi che attendevano all'uscita del seggio il leader del partito liberal democratico, Tim Farron, che ha votato nel suo collegio in Cumbria, contea dell'Inghilterra nord-occidentale. Le prime pagine dei giornali rispecchiano il dramma: "La Gran Bretagna sul filo del rasoio", "Mayhem", un gioco di parole tra il cognome della premier e la parola che in inglese significa caos, e "Appesi a un filo".

Ma May non avrebbe intenzione di dimettersi e non vuole permettere a Bruxelles di rinviare i negoziati sulla Brexit col pretesto che "non c'è un governo in Gran Bretagna". Poi, lunedì 17 aprile, ha telefonato alla Regina Elisabetta comunicandole la decisione presa.