La Cassazione su Riina malato: "Ha diritto a morte dignitosa"

La Cassazione su Riina malato:

Non si può negare il differimento della pena o la detenzione domiciliare senza considerare che il mantenimento della restrizione può risolversi in una detenzione inumana vietata dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo, al di là del fatto che sia curabile in carcere la patologia in sé di cui è afflitto il richiedente.

"Va seriamente valutata la pericolosità di Riina - è il commento dell'avvocato Flavia Famà, figlia del legale ammazzato dalla mafia nel 1995 - non dimentichiamo le minacce di morte che dal carcere ha rivolto a Don Luigi Ciotti". Non si esclude che possa avvenire in carcere ma si chiede di argomentare più analiticamente.

Ordinanza e sentenza hanno comprensibilmente acceso il dibattito, che però è opportuno mantenere nell'alveo proprio.

La Corte di Cassazione apre per la prima volta al differimento della pena per Totò Riina, capo di Cosa Nostra, ormai 86enne e con diverse gravi patologie. "Ma c'è anche una più ampia logica di giustizia di cui non si possono dimenticare le profonde e indiscutibili ragioni". Per il difensore del boss, Luca Cianferoni, invece, la decisione della Cassazione è un "precedente importantissimo". La richiesta era già stata respinta lo scorso anno dal Tribunale di sorveglianza di Bologna, che non aveva riscontrato incompatibilità tra le condizioni di salute del detenuto e la detenzione in carcere. Né più né meno. "Sull'ipotesi - avanzata dalla Cassazione - di una mutazione della pena detentiva in arresti domiciliari, sono certo che il Tribunale di Bologna valuterà con saggezza e piena cognizione di causa, tenendo conto di tutti i fattori in gioco", aggiunge il presidente di Libera: "Perché certo c'è una persona malata, al quale lo Stato deve riservare un adeguato trattamento terapeutico a prescindere dai crimini commessi, ma c'è anche una vicenda di violenza, di stragi e di sangue che ha causato tante vittime e il dolore insanabile dei loro famigliari". Da giorni l'opinione pubblica è divisa, ma poco chiari sembrano essere i contorni della decisione e le sue possibili conseguenze. Oltre all'"altissimo tasso di pericolosità del detenuto", il giudice ricordava "la posizione di vertice assoluto dell'organizzazione criminale Cosa nostra, ancora pienamente operante e rispetto alla quale Riina non ha mai manifestato volontà di dissociazione": per questo, osservava il tribunale bolognese, era "impossibile effettuare una prognosi di assenza di pericolo di recidiva" del boss, nonostante "l'attuale stato di salute, non essendo necessaria, dato il ruolo apicale rivestito dal detenuto, una prestanza fisica per la commissione di ulteriori gravissimi delitti nel ruolo di mandante". Molti Tribunali di sorveglianza infatti non concedono frequentemente differimenti pena legati a ragioni di salute anche gravi.