Cassazione: "Superlavoro fu concausa della morte, la Asl risarcisca"

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Una sentenza che pone una pietra miliare nel sistema sanitario nazionale perché, per gli Ermellini, nel lavoro ospedaliero connotato da costanti carenze di organico, non è accettabile riversare sui dipendenti tutto l'onere di garantire le prestazioni sanitarie ai pazienti. Giuseppe Ruberto, nonostante una laurea in medicina, faceva il tecnico radiologo in una struttura, l'ospedale di Nicosia, dove erano appena in quattro a svolgere quella mansione. Devono essere il servizio sanitario e l'Asp di competenza ad organizzare il lavoro in modo da garantire l'utenza e l'integrità psico- fisica di medici ed operatori sanitari. Lo dice la Cassazione, che ha esaminato il caso di un tecnico radiologo in servizio dal 1991 al 1998 nell'ospedale Basilotta di Nicosia, nell'Ennese, morto per infarto a 30 anni, il 19 settembre 1998.

In primo grado il tribunale di Nicosia aveva riconosciuto agli eredi che il decesso era imputabile all'enorme carico di lavoro, condannando l'Azienda sanitaria al pagamento dell'equo indennizzo e al risarcimento del danno da lesione del rapporto parentale per la perdita della figura familiare. Nel lungo processo con cui la moglie e la figlia, all'epoca minorenne, hanno chiesto un risarcimento all'Azienda sanitaria di Enna, è stato accertato che negli otto anni di attività dell'uomo, la struttura aveva eseguito 148.513 esami, una media di 18.564 all'anno, oltre a quasi cinquemila Tac.

La sentenza è stata ripresa dall'associazione di volontariato "Salute Salento", che ne sottolinea gli aspetti principali, tra cui il ruolo ricoperto dall'imprenditore (in questo caso l'azienda sanitaria); secondo i giudici, infatti, è quest'ultimo ad essere "tenuto ad adottare le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l'esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l'integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro".

Con la sentenza dello scorso 8 giugno viene stabilito che il decesso è da imputarsi all'Asp di Enna a causa delle condizioni disagiate e del carico al quale per 7 anni fu sottoposto Ruberto.

E la Corte ha affermato anche come "un'eventuale predisposizione costituzionale del soggetto", deceduto per una cardiopatia ischemica silente, "non possa elidere l'incidenza concausale, anche soltanto ingravescente, dei nocivi fattori esterni individuabili in un supermenage fisico e psichico, quale quello documento in atti".

Questa sentenza della Corte di Cassazione ha messo un po' in allarme l'associazione di volontariato, che si è così chiesta quale sia la situazione nella Asl di Lecce "con riferimento al diritto alle ferie estive del personale e in previsione di una 'valanga' di turisti (anziani, cardiopatici, dializzati, giovani da sballo e traumi della strada)". La Corte di Cassazione, valutando inammissibile il ricorso accidentale, ha ritenuto passata in giudicato la condanna dell'Asp al pagamento al giusto indennizzo e ha rinviato alla Corte d'appello di Palermo per "provvedere anche in ordine alle spese del giudizio di legittimità".