Rapporto Istat: classi sociali, diseguaglianze in crescita

Rapporto Istat: classi sociali, diseguaglianze in crescita

Sono i dati allarmanti del Rapporto Annuale 2017 dell'Istat che certifica l'aumento delle disuguaglianze all'interno del Paese a causa di redditi e pensioni. Per quanto riguarda i giovani, invece, su dieci ben sette vivono ancora con i genitori. Nella piramide sociale seguono, secondo lo schema dell'Istat, le le famiglie a basso reddito di soli italiani caratterizzate dall'essere famiglie numerose: si tratta di quasi 2 milioni di famiglie corrispondendo a 8.280.000 persone. In stato di povertà assoluta sono invece 1,6 milioni di famiglie, mentre il 28,7% è a rischio di povertà o esclusione sociale.

SCOMPAIONO CLASSE OPERAIA E PICCOLA BORGHESIA - La perdita del senso di appartenenza a una certa classe sociale è più forte per la piccola borghesia e la classe operaia. E si assiste a una "perdita dell'identità di classe, legata alla precarizzazione e alla frammentazione dei percorsi lavorativi".

Cosa vuol dire? Che chi rispetto al 2008 (inizio della recessione) chi se l'è vista brutta accusando un peggioramento delle proprio reddito sono le famiglie con stranieri e quelle tradizionali della provincia. Tenendo conto della nuova suddivisione in classi sociale operata da Istat scopriamo che suddividendo la popolazione residente per quinti di reddito, si osserva che circa l'80 per cento di quella appartenente alle famiglie a basso reddito con stranieri si colloca nei quinti più bassi della distribuzione (1° e 2°).

Complesse le dinamiche istruzione/occupazione: per l'Istat giovani con alto titolo di studio sono occupati in modo precario, e tra gli esclusi dal mondo del lavoro sono sempre più gli immigrati, a cui spesso non viene riconosciuto il titolo di studio conseguito. Un Paese di impiegati (4,6 milioni di nuclei), di pensionati (5,8 milioni di nuclei che corrispondono a 10,5 milioni di persone) e, tasto dolente, un'Italia in cui circa 7 giovani sotto i 35 anni sono ancora costretti a vivere nella propria famiglia d'origine. Per l'Istituto nazionale di statistica, infatti, "la crescente complessità del mondo del lavoro attuale ha fatto aumentare le diversità non solo tra le professioni ma anche all'interno degli stessi ruoli professionali, acuendo le diseguaglianze tra classi sociali e all'interno di esse". E, per fortuna che ci sono loro, verrebbe da aggiungere. Quelle con top manager più giovani (40 anni o meno) sono solo il 3,7% del totale, mentre nel 6,5% delle imprese i top manager superano i 60 anni. Si tratta del 13,9% del totale della popolazione, con la percentuale più alta che si registra, neanche a dirlo, nel Mezzogiorno (22%).

La 25esima edizione del Rapporto annuale dell'Istat mette in evidenza le difficoltà del Paese.

Le famiglie con il capofamiglia con un livello di istruzione superiore, diploma o laurea, sono 8 milioni 837mila: 4 milioni 582mila (2 milioni 399mila hanno il diploma e 1 milione 856mila la laurea) sono "guidate" impiegati o autonomi mentre 4 milioni 264mila sono pensionati, dirigenti, quadri, imprenditori o liberi professionisti.

Ecco che nella nuova geografia dell'Istat "la classe operaia, che ha perso il suo connotato univoco, si ritrova per quasi la metà dei casi nel gruppo dei 'giovani blue-collar'", composto da molte coppie senza figli, e "per la restante quota nei due gruppi di famiglie a basso reddito, di soli italiani o con stranieri". Il primo posto sul podio dei più ricchi spetta alla 'classe dirigente' (1,8 milioni di famiglie, pari a 4,6 milioni di persone). Nell'ultimo anno - sottolinea l'Istat - il Mezzogiorno fa registrare l'incremento relativo di occupati più sostenuto (+1,7% rispetto a +1,4 del Nord e +0,5 del Centro), ma è ancora l'area con il maggiore scarto di occupazione rispetto al 2008 (-381 mila unità, -5,9%).