Istat: Stravolte le classi sociali, lavoro al Sud un dramma

Istat: Stravolte le classi sociali, lavoro al Sud un dramma

L'Istat traccia una nuova mappa socio-economica dell'Italia, dividendo il Paese in nove gruppi in base al reddito, al titolo di studio, alla cittadinanza e non guardando così più solo alla professione. Gli operai dunque si suddividono in due gruppi per di più "a reddito medio", la piccola borghesia sparisce così come i ceti medi di Sylos Labini, i pensionati da soli (!) danno vita ad altri due gruppi e il peso quantitativo degli impiegati è ragguardevole. Per l'Istat "la crescente complessità del mondo del lavoro attuale ha fatto aumentare le diversità non solo tra le professioni ma anche all'interno degli stessi ruoli professionali, acuendo le diseguaglianze tra classi sociali e all'interno di esse".

Ed infatti, secondo l'istituto di statistica nel 2016 i 15-34enni che vivono ancora a casa con i genitori sono il 68,1% dei coetanei (circa 7 under 35 su 10), corrispondenti a 8,6 milioni di persone. Nel Rapporto annuale si legge inoltre che in Italia i Neet, acronimo inglese che sta per giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano e non studiano, sono scesi a 2,2 milioni nel 2016, con un'incidenza che passa al 24,3% dal 25,7% dell'anno precedente.

Per l'Istituto ci sono interi segmenti di popolazione che "non rientrano più nelle classiche partizioni: giovani con alto titolo di studio sono occupati in modo precario, stranieri di seconda generazione che non hanno il background culturale dei genitori, stranieri di prima generazione cui non viene riconosciuto il titolo di studio conseguito, una fetta sempre più grande di esclusi dal mondo del lavoro dovuta - sottolinea l'Istituto - anche al progressivo invecchiamento della popolazione". Una geografia che dice anche altro, però: la classe dirigente risiede, per maggioranza assoluta, nelle aree altamente urbanizzate (51,6%), quelle dove i cambiamenti e i vantaggi arrivano prima, insieme, a famiglie dalle pensioni d'argento (39,3%) e quelle a basso reddito con stranieri. Secondo l'Istat, include include 1,8 milioni di famiglie per un totale di 4,6 milioni di individui.

Le fratture che caratterizzano il Paese vengono confermate: "Persiste il dualismo territoriale: nel Mezzogiorno sono più presenti gruppi sociali con profili meno agiati". È lo spaccato che emerge dall'annuale rapporto Istat, il quale dice che l'Italia è un Paese di pensionati e impiegati, e dove le disuguaglianze sociali sono sempre più evidenti. La classe media impiegatizia è invece ben rappresentabile nella società italiana.

La spesa per consumi delle famiglie ricche, della 'classe dirigente', è più che doppia rispetto a quella dei nuclei all'ultimo gradino della piramide disegnata dall'Istat, ovvero 'le famiglie a basso reddito con stranieri'.

Gli stranieri - Sono 5 milioni gli stranieri residenti in Italia al 1° gennaio 2017, e prevalentemente vivono al Centro-nord. E un quadro in cui non esiste più la classe operaia, si fa fatica a rintracciare il ceto medio, e sempre di più nelle famiglie italiane la persona di riferimento è un anziano, magari pensionato. La collettività rumena è di gran lunga la più numerosa (quasi il 23% degli stranieri in Italia); seguono i cittadini albanesi (9,3%) e quelli marocchini (8,7%). Il numero medio di figli per donna si attesta a 1,34 (1,95 per le donne straniere e 1,27 per le italiane). Nel 2016 "se si sommano i disoccupati e le forze di lavoro potenziali, le persone che vorrebbero lavorare ammontano a poco meno di 6,4 milioni". Di queste, quasi il 20% ha riguardato albanesi e oltre il 18% marocchini. L'età media della popolazione straniera è passata da 31,1 a 34,2 anni tra il 2008 e il 2017; l'incremento è stato maggiore rispetto a quello rilevato per la popolazione italiana (da 43,7 a 45,9 anni).