Un uomo solo al comando, Erdogan. Ma il paese è spaccato

Un uomo solo al comando, Erdogan. Ma il paese è spaccato

In Turchia, circa 55 milioni di cittadini sono stati chiamati a votare domenica 16 aprile per il referendum proposto dal presidente Recep Tayyip Erdogan. "Abbiamo ancora molto da fare insieme, continueremo ad andare avanti per la nostra strada".

Il referendum costituzionale in Turchia è stata "l'elezione più democratica" vista in qualsiasi Paese occidentale. "Ho combattuto contro le nazioni potenti del mondo che mi hanno aggredito con una mentalità da crociati" l'affondo del leader dell'Akp.

"La Turchia ha preso una decisione storica di cambiamento e trasformazione" che "tutti devono rispettare, compresi i Paesi che sono nostri alleati", ha detto Erdogan nel suo primo discorso dopo la vittoria di misura.

Se Erdogan ha comunque incassato un successo che riteneva fondamentale per le sue ambizioni e il suo progetto politico, nondimeno il 51,4% dei favorevoli alla proposta di stravolgimento della costituzione avanzata dal suo partito (AKP) conferma la realtà di una Turchia profondamente divisa, principalmente proprio a causa del suo presidente. "È facile difendere lo status quo, ma molto più difficile cambiare". Più entusiasta il premier Binali Yildirim che, presentandosi al pubblico con una sciarpa con i colori della Turchia, ha esultato:"Siamo fratelli, siamo una nazione, grazie al nostro popolo. Questi risultati avvieranno un nuovo processo per il nostro Paese". Una repubblica che ha soprattutto a partire dalle primavere arabe perso tutte le sue prerogative laiche, per un islamismo nostalgico dell'era ottomana che ha fatto precipitare la società turca ai livelli del Pakistan con in più lo squadrismo dei militanti dell'AKP, che anche oggi durante i festeggiamenti per il referendum hanno gridato a Erdogan: "uccideremo per te, moriremo per te".

A distanza di meno di 24 ore dal referendum che ha sancito il passaggio della Turchia al sistema presidenziale, con le opposizioni che contestano la regolarità del voto, Erdogan che sembra intenzionato a estendere il periodo in cui lo stato di emergenza dovrà restare in vigore (è stato dichiarato lo scorso 22 luglio) per un periodo di ulteriori tre mesi. Anche i curdi, duramente colpiti dalla repressione prima e dopo il fallito golpe della scorsa estate, si sono espressi in maggioranza contro Erdogan.

Già ieri sera il Ysk si era giustificato indicando alcuni precedenti (2004 e 1994), senza però menzionare che la legge elettorale del 2010 ha espressamente vietato le buste senza timbro e aggiungendo di avere deciso di accettarle "su richiesta dell'Akp" - come ha affermato il presidente Sadi Güven - e portando gli oppositori a gridare allo scandalo. Se gli aspetti tecnici del voto sono stati "ben amministrati" gli elettori non hanno avuto "informazioni imparziali sugli aspetti chiave della riforma" si legge in una nota. L'affluenza finale è dell'84%, mentre fa il record l'affluenza all'estero, superando il 45%.

Intanto il ministro degli Esteri austriaco, Sebastian Kurz, ha chiesto di interrompere le trattative per l'ingresso di Ankara nella Ue. Con gli emigrati, la retorica nazionalista anti-Ue ha funzionato. Il 'sì' all'estero sfiora il 60%, va anche oltre in Germania e Olanda. Bisogna porre fine alla "finzione" dell'adesione, ha aggiunto, sollecitando piuttosto un accordo di vicinato. Così evanescente e spogliata dei suoi pilastri portanti (il laicismo di Stato su tutti) su cui eresse ormai un secolo fa la Turchia uscita dalla dissoluzione dell'impero ottomano, che l'icona e il modello di riferimento di Erdogan è da tempo il sultano Abdul Hamid II, grande (e sanguinario) riformatore dell'impero, dotato per l'epoca - l'ultima decade dell'Ottocento - di una visione moderna dello Stato e della macchina burocratica che deve servirlo.