Muore di cancro ad ospedale San Camillo: "Impensabile quanto accaduto. Colpa nostra"

"Avevamo provato a trasferire papà in un hospice (struttura residenziale in cui il malato inguaribile e la sua famiglia possono trovare sollievo per un periodo circoscritto, ndr) ma ci hanno detto che ci volevano dei tempi tecnici". A raccontare questa "dignità negata" è stato il figlio, Patrizio Cairoli, giornalista di Askanews, in una lettera indirizzata al ministro della Salute, Beatrice Lorenzin. E questo nonostante gli accessi negli ultimi due anni siano calati del 4-5%, con ora un milione e 900 mila ingressi. "Mio padre aveva sempre più dolori nella totale indifferenza dei medici". Ma non era solo una questione di medicine: "Nessuno ci ha aiutati a comprendere..." Quando l'ho fatto era ormai troppo tardi: "quando mio padre è finito al pronto soccorso del San Camillo gli è stata somministrata la morfina".

Qualcuno pagherà per avere lasciato morire un uomo tra "codici verde" che ridevano sgranocchiando patatine in attesa di farsi togliere un' unghia incarnita e tossici che cercavano solamente un posto dove trascorrere qualche ora al riparo? "Mio padre ha trascorso cinquantasei ore in pronto soccorso, da malato terminale, nella sala dei codici bianchi e verdi, ovvero i casi meno gravi". Abbiamo un settore più tranquillo e defilato, ma purtroppo non era disponibile.

"Presso il dipartimento di emergenza dove è stato ricoverato il signor Cairoli ogni giorno arrivano 150 nuovi casi che vengono presi in carico e curati dal personale medico ed infermieristico". Invece abbiamo dovuto insistere per ottenere un paravento, non di più, perché gli altri "servono per garantire la privacy durante le visite"; una persona che sta morendo, invece, non ne ha diritto: ci hanno detto che eravamo persino fortunati.

La ministra Lorenzin risponde "Sono rimasta molto colpita da questa lettera, ci sono dei punti molto gravi". Così, ci siam dovuti ingegnare: "abbiamo preso un maglioncino e, con lo scotch, lo abbiamo tenuto sospeso tra il muro e il paravento; il resto della visuale lo abbiamo coperto con i nostri corpi, formando una barriera". "È successo a Roma, capitale d'Italia", conclude la lettera Cairoli.

Il San Camillo si scusa, "perché non si può giustificare l'ingiustificabile". E aggiunge: "Il nostro Paese, grazie all'impegno di tutti gli operatori sanitari, offre ai pazienti e alle loro famiglie un eccellente livello di cure, anche in termini di umanizzazione".

Morto in una corsia del Pronto soccorso dell'Ospedale San Camillo di Roma, tra sguardi indiscreti e visitatori rumorosi.

Il Faro on line - "Innanzitutto ritengo doveroso esprimere la più sincera vicinanza e solidarietà a Patrizio Cairoli, e ai suoi familiari, per la perdita del padre".

In una intervista rilasciata a Repubblica Patrizio Cairoli ricorda quanto accaduto. In Italia il pronto soccorso degli ospedali non è, e non deve essere, l'ultima tappa della vita di un paziente oncologico.

"L'indagine ispettiva - sottolinea il ministro - deve accertare se la rete oncologica del Lazio ha funzionato e verificare i livelli assistenziali erogati sul territorio a favore dei malati oncologici".